Tuesday, August 20th, 2019

Un diario per il manager: l’importanza dell’autobiografia

dicembre 30, 2011 by  
Filed under Managing oneself, Primo piano

Nel film “Il diario di Jack”, Ben Affleck veste i panni del protagonista, un manager di successo che giunto a un determinato punto della propria esistenza, ne perde totalmente il controllo. Ha avuto come unico traguardo il conseguimento del potere sul lavoro, e questo ha fatto sì che la sua famiglia andasse a rotoli, e il fallimento familiare a sua volta inducesse un crollo psicologico con pesanti ripercussioni nella sfera professionale. Per leggere la situazione con Covey, diremmo che l’errore di Jack è stato quello di non mettere al centro dell’esistenza i “principi”, ma di sbilanciarsi tutto verso carriera, denaro e potere, cioè verso i “centri alternativi”. Ebbene, Jack non sa come riprendere in mano la vita, che sembra ormai sul piano inclinato della rovina totale. Chiede consigli da più parti, ma non ottiene risultati soddisfacenti. Finché, ad un seminario, un bizzarro professore gli consiglia di scrivere un diario. Jack dapprima rimane perplesso: proprio lui che non ha mai tempo, manager in carriera, deve condurre un’operazione che ritiene da ragazzine? Ma poi accetta la sfida, e scrivendo di sé, giorno dopo giorno, si ricostruisce. Alla fine di ogni giornata, nel raccontarsi è costretto a ripensare a sé e al proprio agire quotidiano. E’ obbligato a riflettere, e per un attimo a vedersi dal di fuori. Allora inizia un profondo processo di autoconsapevolezza che lo porta a riprendere in mano la propria vita su nuove basi e su diversi paradigmi.

Molti studi sono fioriti in campo manageriale sull’importanza dell’autobiografia in questo senso. Lo stesso Covey, nei Seven habits, si sofferma sulla necessità di scrivere il proprio “personal mission statement”, cioè il personale copione in cui analizzare i propri paradigmi fondamentali. Cita da esempio l’autobiografia di Anwar Sadat, uno dei più grandi presidenti egiziani, che di seguito al processo di autoconsapevolezza indotto dalla scrittura di sé fatta in cella, apportò modifiche sostanziali alla linea politica dei predecessori, inaugurando un momento di pace e incarnando uno dei più validi esempi di leadership personale.
L’introspezione è alla base dell’autoconsapevolezza, nonché prerogativa necessaria a una “dichiarazione di intenti”, in quanto dà veramente modo all’individuo di comprendersi per poi giungere a fissarsi degli obiettivi che siano davvero legati alla filosofia del “begin with the end in mind”. E la scrittura è un ottimo mezzo per un’introspezione efficace, perché è capace di condurre l’individuo a scavare in se stesso.

Anche David Allen, l’autore del best seller Detto Fatto!, in Fatto e bene! si sofferma proprio su questo tema, adducendo l’importanza di tenere un diario per esplorare le “zone grigie della propria vita” e assumere un approccio più riflessivo tenendo traccia di quello che chiama flusso di coscienza. Lo ritiene un approccio che aiuta a essere più sinceri con sé stessi, mediante l’efficacia dell’osservazione e attraverso l’idea che prendere nota di ciò che accade, con la maggior neutralità e obiettività possibile, costituisca il primo passo verso la libertà interiore. Tenere un diario, ci dice Allen, “è un ottimo esempio di rientro in carreggiata quando le cose non vanno come dovrebbero”: vedi “Il diario di Jack”.

Va a Duccio Demetrio il merito di aver portato questo tema all’attenzione del grande pubblico: ha descritto l’autobiografia come “carta d’identità esistenziale” e ha fondato la “Libera Università dell’Autobiografia” ad Anghiari, proprio per raccogliere e approfondire gli studi sull’argomento, che ha radici molto antiche e che continua ad essere attualissimo. Già Seneca, nello scrivere di sé, ci diceva che “il primo indizio di una mente sana è il saper star fermo e trattenersi con sé medesimo”. Secoli dopo, Francesco Petrarca, che rilanciò l’autobiografia nell’Europa moderna, indicò lo stare con se stessi alla base della propria vita e della propria felicità: “gli uomini troppo occupati intraprendono molti negozi, e mentre pretendono di far tutto, una sola cosa, ed essenziale, dimenticano: di vivere; sono dappertutto, fuorché con sé stessi; parlano spesso con gli altri, mai con sé stessi. Questa vita che al volgo appare felice, è contraria alla felicità”. Era la metà del 1300. Oggi – agli inizi del 2012 – di parlare di sé, e con sé, l’uomo ha ancora bisogno; e per sua stessa natura, continuerà sempre ad averne.

Edoardo Bellafiore

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Suggerimenti bibliografici:

• D. Allen, Fatto e bene!, Sperling & Kupfer, Milano, 2010 (pp. 94-95)

• S. Covey, Le sette regole per avere successo, F. Angeli, Milano, 2003 (pp. 87-124)

• D. Demetrio, Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione, Cortina, Milano, 2011

• D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Cortina, Milano, 1996

• F. Petrarca, Epistole, in Opere, a cura di M. Martelli, Sansoni, Firenze, 2007 (XIII, 5)

• Seneca, Epistole morali a Lucilio, Dante Alighieri, Roma, 2007, (II, 1)

Comments

4 Responses to “Un diario per il manager: l’importanza dell’autobiografia”
  1. Francesco scrive:

    Grazie Edoardo!

    Effettivamente la più grande resistenza al prendere del tempo per riflettere è che siamo troppo impegnati ad agire.
    Cosa realizziamo con tanto agire sul quale abbiamo riflettuto poco?
    D’altra parte la resistenza c’è…
    Allora come suggerisce lo stesso Allen che ti citi potremmo trovare stratagemmi per “ingannarci” e “aggirarci” nelle nostre resistenze.
    Come ad esempio fissare un meeting periodico con noi stessi… e sperare di non darci buca :-)

    Grazie ancora,

    Francesco

  2. Valeria scrive:

    O in alternativa l’appuntamento potrebbe essere preso con un coach ;)
    In questo modo oltre a riflettere sui propri comportamenti avremmo anche la visione, la possibilità di confrontarsi e il supporto di professionista super partes!
    Valeria

  3. Elena Razzano scrive:

    Tra l’altro scrivere ha il grande vantaggio di poter riprendere quanto hai scritto in precedenza, e non lasciarlo cadere, approfondirlo, ripensarlo con maggiore oggettività, anche a distanza di tempo.
    Grazie!
    Elena

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  1. […] anche un poco migliori, e abbiamo contribuito meglio. Edoardo ci scriveva qualche post fa del Personal Mission Statement proposto da Steven Covey. Dave Ulrich scrive con alcune analogie dell’importanza di sviluppare il […]



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